2020 con Josh Keyes

Caduta delle istituzioni e prospettive nel nuovo decennio
Lasciandoci alle spalle il 2019, oggi si entra nel 2020 e festeggiando l’arrivo del nuovo anno non sono poche le riflessioni che è necessario esporre: bisogna ricordare in primis che mentre il mondo brinda si aprono nuovi fronti e nuovi scenari. L’assedio all’ambasciata americana di Bagdad da parte dei manifestanti filo-iraniani del 31 dicembre porta a un ulteriore livello di tensione il precario equilibrio tra Stati Uniti e la Repubblica Islamica di Rouhani, di conseguenza acuisce le le crisi geopolitiche di tutto il Medio Oriente.

 

È importante osservare che mentre i fuochi pirotecnici illuminano lo skyline di Sidney, tra le prime regioni del mondo a salutare il nuovo decennio, sono ancora più di una dozzina gli incendi boschivi che stanno devastando in questa stagione buona parte dell’Australia. Soffermarsi su questi eventi diventa cruciale se si vuole esaminare con la dovuta precisione il passaggio storico che sta osservando la contemporaneità: preme ricordare infatti che tra i significativi sconvolgimenti che hanno determinato il decennio appena superato, dalle primavere arabe ai conflitti più tragici apertisi ai confini con l’Europa, dal superamento delle crisi finanziarie all’entrata irruente nell’orizzonte economico dei „Data“, gli stati nazione dell’Ordine mondiale come li conosciamo dal 1989 ad oggi sono stati mantenuti e resistono agli attacchi e ai potenziali pericoli. Si intendono qui sia i pericoli più evidenti come il terrorismo e le sommosse popolari, per non parlare della „minaccia“ populista, ma soprattutto quella più serpeggiante, la deriva ideologica che presenta il tramonto delle istituzioni. 

Il fatto che i sermoni dei diversi presidenti di molti paesi europei, tra cui l’Italia con quello recente di Mattarella, siano volti a tranquillizzare il popolo attraverso l’invito a non abbracciare discorsi d’odio – con tanto di corredo moralista – per quanto alla lettera presentino aspetti assolutamente condivisibili, mostrano però quanto l’autorità statale non sia più scontata, l’atteggiamento risulta in una forma difensiva che lascia intravedere la penuria culturale che si sta attraversando. I temi essenziali per il cittadino italiano come la sicurezza sul lavoro e una prospettiva di uscita dalla precarietà sono stati per lo più evitati, lasciati in secondo piano con profondo imbarazzo.

Constatando dunque che negli ultimi dieci, se non trenta anni, l’Ordine mondiale è stato preservato, l’avvicinarsi del suo tramonto è la deduzione più sensata a cui arrivare, non solo per una difficoltà materiale nel tentativo di resistere ai continui attacchi, visibile con la diffusione degli strumenti tecnologici di sorveglianza totale a disposizione degli apparati di sicurezza, ma dunque proprio per la mancanza totale dell’Istituzione in sé. Oggi infatti non è più necessaria un’elaborata critica dell’istituzione come invece era dominante nel dibattito del 1968, oggi essa cade da sé, e lo fa nel silenzio di chi ne subisce la caduta e nell’omertà di chi ne è artefice camuffandone l’evidenza.

Questa mancanza dell’istituzione prendendo forma di negazione mostra le contraddizioni più profonde del sistema: se c’è il bisogno diffuso dell’istituzione per l’aumento della povertà e dei tagli alle spese pubbliche, essa si palesa soltanto nel mostrare i muscoli quando si tratta di difendere la sua stessa debolezza, se non inesistenza, ovvero nel suo apparato repressivo. Quando la forza poliziesca non risulta necessaria il cittadino è abbandonato alle spire soffocanti della burocrazia, sempreverde strumento ideologico utilizzato dai regimi liberali per posticipare l’ipotesi di cambiamento, utile a prendere tempo. 

Il panorama appena descritto non è esagerato né soggetto a paranoia. Alla domanda: chi oggi pone piena fiducia nelle istituzioni? Solo un utopista se non un’ingenuo, o una persona molto benestante risponderebbe alzando la mano, non di certo chi dell’intera costruzione statale è invece il soggetto istituente, di cui il governo dovrebbe solo essere rappresentante. Nell’Unione europea di questi tempi la Francia è un esempio lampante, come lo è stata la Grecia recentemente; il contratto sociale sta scadendo. 

Il 2020 sarà un anno essenziale come lo è stato il 2019, perché come in quest’ultimo i nodi e le contraddizioni verranno nuovamente al pettine: non c’è dubbio che nella dimensione della più atroce e seria delle minacce, quella del cambiamento climatico, con l’innalzamento dei livelli dei mari e la desertificazione in costante aumento, anche agli occhi degli ambientalisti più timidi sarà chiaro che la strategia scelta dai regimi liberali per la soluzione dell’emergenza non basterà neanche per salvare l’enclave privilegiata occidentale. Il gioco messo in scena alla venticinquesima edizione della Conferenza delle parti della convenzione sui cambiamenti climatici, la Cop di Madrid dello scorso mese dovrà essere la prova definitiva, chi si rifiuterà di constatarlo ne diventerà complice; la scienza parla chiaro.

Salutiamo dunque questo nuovo anno con una selezione di opere dell’artista americano Josh Keyes, la cui opera eco-surrealista ci presenta un mondo in uno stato distopico e decadente appropriato a definire i pericoli e i soggetti, per lo più animali e naturali, vittime dell’ottimismo consumistico del pensiero dominante.

(https://www.joshkeyes.net)

Rasentano l’assurdo invece alcuni scatti diventati celebri in questo 2019, degni di memoria per ricordare che non serve allontanarsi troppo dalla pittura irrazionale per incontrare la realtà vera che ci circonda in questi anni. 

Noel Guevara/Greenpeace/EPA, 7 marzo 2019
22 maggio Mount Everest Nirmal Purja/Project Possible/AFP/Getty Images
28 ottobre Chile Cherry Guzman
13 giugno, Groenlandia, Steffen M Olsen/Danish Meteorological Institute/AP
15 aprile, Parigi, Geoffroy van der Hasselt/AFP

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