Il glam non ci salverà, e menomale

Questo non è un tentativo di analisi. Qui non c’è ricerca. Qui ci sono soltanto le mie opinioni intuitive. Sono un cagacazzi e mi piacerebbe farlo diventare il mio mestiere.

Una piccola storia di vita vissuta.
Nelle due ultime settimane sono stato bombardato dal video promozionale della nuova campagna pubblicitaria di Tommy Hilfiger per la collezione Primavera 2021, “Moving forward together”. In forse un mese avrò sentito quella pubblicità forse un milione di volte. Non so come funzioni l’algoritmo di YouTube, se esiste, ma per qualche strano motivo io e Tommy Hilfiger siamo segnati dal destino, dalla continua ripetizione dell’uguale e della continua ricomparsa di parole che so già a cosa porteranno, dalla stessa musichetta che mi sognerò di notte. Per qualche stregoneria, il mio profilo dev’essere esattamente quello che la campagna sta cercando: giovane uomo universitario, interessato ai problemi del suo tempo, sicuramente più orientato alla parte sinistra del compass. È una descrizione magra, ma ci siamo capiti. L’idea di base della campagna, almeno a quanto mi sembra, è banalmente l’immaginare quella che possiamo chiamare la “comunità delle comunità”, un’unione irenica di comunità diverse che cercano di capirsi l’un l’altro. Semplicemente una globalizzazione localizzata. Una roba che già al semplice udito, senza un secondo ascolto e anche una terza analisi del testo, fa già sanguinare i timpani. Non mi dilungherò su questo, quanto più sulle implicazioni che l’utilizzo di simili tematiche da parte di aziende private ha sul mondo politico. Cercheremo di capire perchè è anche “ora che basta”.

Ora, lungi da me cercare di fare un’inutile esegesi di una campagna pubblicitaria, ho più di qualcosa da dire.
Chiaramente una prospettiva come quella che sta alla base di “Moving forward together” strizza più di un’occhio al target di riferimento, ovvero ad una pletora di giovani con una buona apertura mentale, di orientamento globalista, che pretende di guardare allo straniero non più con paura, ma con rispetto e ammirazione. Lo fa semplicemente usando come sua fiaccola un tema fintamente politico, una sorta di ricostituzione di una pace irenica fra persone diverse, abitanti comunità diverse. Perchè se abbiamo rimproverato al capitalismo di appiattire le differenze culturali, promuovendo un abbattimento del particolarismo, beh ora il capitalismo ha assunto una nuova propaganda. La Cosa, il capitalismo multiforme di Mark Fisher, è pienamente in atto e ci infettando. A nessuno questo sembra andare particolarmente male. Black Lives Matter è stato completamente fagocitato dalle grandi aziende, che ne hanno fatto un marchio di punta, che lo hanno trasformato in un ennesimo strumento di accumulazione di ricchezza, senza che la LeftTok – signori, la sinistra di Tik tok, benvenuti in questa epoca strana – si sia sollevata. La sinistra mainstream (non parlo degli intellettuali) è proprio felice di star venendo mangiata dal nuovo volto del capitalismo. E mentre tutto sembra cambiare, mentre Call of Duty Warzone mi mette in pre-lobby una bella spatafiata decontestualizzata in onore degli afro-americani, mentre siamo magicamente diventati attenti all’interazione fra comunità nel rispetto reciproco, niente cambia.

La Cosa ci ha infettati, continua a modificare il suo volto, ma la struttura molecolare rimane praticamente identica. Perchè questa “politicizzazione del non politico” – me la sono inventata ora, spero apprezziate – con le “star” che si premurano di dire a Zingaretti di ripensarci (ma anche no), i marchi di moda che per forza devono dire la loro, le aziende videoludiche che si interessano a ricordarci che sì, uccidere un afroamericano per strada è sbagliato, specialmente se sei un poliziotto, stanno appiattendo il discorso politico in una massa di slogan senza senso. Non esiste cambiamento, non esiste azione politica, senza una vera presa di coscienza, una presa di coscienza che non passa attraverso gli slogan, non passa attraverso le aziende, le case del capitale, ma passa attraverso la divulgazione intellettuale, tramite l’educazione, tramite discorsi e agoni politici disinteressati dal guadagno economico.

La complessità non deve venire sacrificata, cosa che invece il marketing richiede. L’appiattimento della profondità del discorso politico, conseguente all’ampliamento del suo orizzonte, è un grossissimo assist alla conservazione delle differenze strutturali: Tommy Hilfiger, attraverso le parole di Indya Moore e Jamela Jamil su tutte, sarà anche per una “comunità delle comunità”, ma fa parte di quel sistema-mondo che per sopravvivere ha bisogno di attuare tutto il contrario di quanto augurato. Non c’è una vera ricerca di un mondo più giusto, ma soltanto belle parole. Non c’è una ricerca critica, ma una “pace dei sensi” dell’ascoltatore progressista. Non si muovono le coscienze, ma i portafogli.

Insomma, io temo di averne abbastanza di robe del genere. Voglio un discorso mainstream più complicato, che spieghi i problemi strutturali del mondo in cui viviamo e non si basi semplicemente sul colorare lo stesso schifo che c’era prima; per fare questo è il caso che chi vuole sfruttare la politica per farne il suo mercatino torni semplicemente a fare vestiti senza per forza rompere a noi poveri cristi che Tommy Hilfiger non se lo cagano e che volevano semplicemente vedere i video di gattini su YouTube. Tommy caro, sono le due di notte, voglio soltanto riposarmi, tanto le tue felpe non renderanno il posto un mondo migliore.

Andrea Randisi