Lèvinas, Nausea, Estetica, Instagram

La vita ti porta in posti strani, ogni tanto; in questi posti strani conosci gente strana: il ragionamento è facile, ma efficace. La mia esistenza, seppur breve, mi ha portato a conoscere un uomo, un uomo mite, sorridente, francese, di origini lituane, con una prosa dolce e criptica: Emmanuel Lèvinas è stato un incontro piacevole quanto disturbante, sarò onesto. Sarà la profondità del suo scrivere, sarà il linguaggio con cui ti parla. La mia relazione con lui, per quanto breve e ancora fresca di conoscenza, sembra portarmi su nuove strade, colpito da nuove febbri, mosso dalla curiosità. Tutto normale per un ragazzino che inizia ora a conoscere il mondo, si direbbe: il fatto è che Emmanuel Lèvinas mi ha parlato con onestà. Roba rara di questi tempi.

Vivo la gran parte della mia vita circondato di volti. Presumo che anche il lettore abbia lo stesso problema. Insomma, siamo circondati da volti: esci dalla metro ed ecco la modella che ti osserva, appiccicata al muro, oppure Henry Cavill vestito da Geralt di Rivia che ti squadra. Tutti incredibilmente belli, ma tant’è. Arrivi in Università e trovi una quantità incalcolabile di volti, compreso quello del docente. Torni a casa e ci sono i volti a te familiari, quei volti che ti fanno sentire a casa. Esci e ci sono i volti a te amici, oppure i volti che ami, oppure quelli che odi, o ancor peggio quelli che vorresti spaccare. Emmanuel Lèvinas mi ha rovinato la vita.

La cosa ancor più terribile, e Lèvinas lo sa bene, è che io di questi volti non so nulla e tantomeno non posso nulla. Questi volti dietro di loro, portano due cose: profondo buio e infinito. La ragazza con cui esco, al netto della lettura di Totalità e Infinito, diventa imprevedibile: non riesco più a guardarla con gli stessi occhi, non riesco a non pensare che sì, magari le piaccio, però che cosa ne so, mica posso leggere quel volto. Insomma, ho capito di contare meno di quanto credessi. Questi volti mi guardano e mi chiamano a sé, ma giuro che io non ho fatto niente.

Ma cosa posso fare io in mezzo a questi volti? Cosa rimane di me? Se fossi anch’io solo un volto? E se il mio volto fosse diverso da come appare allo specchio, da come appare a me? Lèvinas questo non me l’ha detto. Lèvinas non mi ha detto quanto sarei stato solo, quanto sarei diventato una persona diversa, che il mio volto non esiste per me, se non come riflesso. Esistiamo come riflessi di un oggetto, e questo Lèvinas non me l’ha detto. Abbiamo costruito una società sul nostro riflesso e ora il nostro riflesso ha preso il sopravvento. Andrea è diventato quel ragazzo ricciolino che esce dallo specchio, quel ragazzo che vedo riflesso negli occhi degli altri. Io sono il mio volto. Un volto che accetto volentieri, ma che potrei rifiutare. Un volto che non posso cambiare.

Credo che questa mia angoscia davanti alla nozione di volto sia specifica di un ragazzo quasi ventenne in questo preciso momento storico: l’esteriorità fisica, la faktizität, è ormai rivalutata soltanto in canoni estetici. Questo in Lèvinas non si sente – forse un uomo che ha vissuto la Shoah ha visto tanto orrore da saper meglio capire la bellezza. Noi uomini del XXI secolo siamo ossessionati dal nostro volto, reinterpretato come imago. Se il volto in Lèvinas si esprime, prescinde la mia Sinngebung, il mio dargli senso per comandarlo, ecco che per l’estetico ventunesimo

secolo il volto non è solo manifestazione della mia indipendenza, ma anche della mia vulnerabilità.

“Ma chi mai potrà farmi del male, da dietro uno schermo”, dirà lo stolto. Questa semplice frase, che non credo qualcuno abbia mai veramente detto, spiega chiaramente la fetta di mercato dove si è infilato Mark Zuckerberg: “Face-book”, un libro di volti, dove sono io a decidere cosa far vedere di me, quale parte del mio volto, ovvero di me. Facebook, e ora Instagram, hanno risolto il problema della vulnerabilità del mio volto: sono io che decido cosa si vede, cosa no.

Ecco cosa significa esistere: vivere fra la propria immagine, il proprio esser-volto, e la propria coscienza. Ecco cos’è l’esistenza ai tempi di Instagram: vivere fra la l’immagine fittizia che condividiamo e la nostra coscienza. Significa vivere in una bugia di fondo, significa mentire.

Che cosa rimanga della relazione al netto di quanto visto, ancora non lo so. Che cosa rimanga di me, tantomeno. Che cosa sarà di tutti noi, lo vedremo. Al solito: tante domande, poche risposte

Andrea Randisi

illustrazione: © Arnaud D