Ho sempre apprezzato ragionare su cose semplici, grezze, poco raffinate da intellettualismi vari. Il motivo non l’ho mai veramente capito, so solo che è una cosa che mi dà un certo piacere: prendere un giudizio “tagliato col coltello”, rileggerlo, capire dove non va, credo sia il vero mestiere del giovane filosofo alle prime armi. In un mondo come il nostro, dove i qualunquismi hanno maggior successo, iniziare a mettersi a capire la vera profondità della realtà è di fondamentale importanza: i dispositivi cognitivi che formano la nostra quotidianità, di fatto, ci immergono in una quantità di informazioni incredibilmente alto, senza mai però riuscire ad approfondire nessuna di queste informazioni. Di fatto, il mondo che noi percepiamo, la nostra realtà, è abbozzata, delineata sui suoi bordi, ma mai colorata, variegata, complessa. Il nostro cervello, empiricamente, si è ormai abituato ad un sistema percettivo che preferisce la quantità alla qualità.
I social media si costruiscono su queste idee abbozzate, confuse, non ragionate: vere e proprie idee di massa che rimbalzano nell’etere, senza veramente toccare con mano nessun aspetto più profondo; isteriche idee per una società isterica. In questi giorni di quarantena, nel pieno del #iorestoacasa, nel bel mezzo della crisi sanitaria più importante dai tempi dell’influenza hispaniola, i social network sono tempestati da opinioni abbozzate, confuse, spesso provocatorie, intinte di quel malinconico velo di finto-intellettualismo qualunquista che regna incontrastato su Instagram. L’idea che più mi ha catturato, un po’ perché arriva molto vicino alla mia quotidianità di buon lettore e “fancazzista”, è quella pittoresca convinzione secondo la quale, grazie a questa quarantena forzata, la società stia riscoprendo un tempo perduto, il tempo del pensiero, della riflessione, della lettura; quel tempo che i latini, pace all’anima loro, avrebbero definito “otium”. E’ un’idea curiosa, non tanto per il suo contenuto, più o meno condivisibile, ma per il suo tempismo: una società iperconnessa e ipervelocizzata, che ha fatto della smart productivity, dell’essere “sempre sul pezzo”, il suo midollo ideologico, sta producendo il suo contrario, la sua critica, proprio sulla piattaforma che rappresenta tutto questo. Mark Fisher ha già spiegato questo meccanismo nel fantastico “Capitalist Realism”, non starò a dilungarmi. Quanto però considero veramente importante è come questa idea (non riesco, onestamente, a trovare una migliore parola) dica tantissimo sulla nostra concezione del tempo.
Se c’è una cosa che possiamo tutti condividere è che il tempo, nel meccanismo sociale che contraddistingue la contemporaneità, rappresenta la forma principale di investimento: investo il mio tempo nel leggere per migliorare la mia persona, investo del mio tempo sui miei figli per aiutarli a sviluppare meglio le loro funzioni cognitive, investo i primi vent’anni della mia vita a studiare per poter raccogliere le competenze che mi permetteranno di non morire di freddo sotto un ponte. Se ho investito bene, tutto andrà per il meglio. Il tempo è ciò che ci permette di affinare le nostre qualità come capitale umano, come homo oeconomicus, come fascio di competenze. Il tempo buttato è tempo sprecato. É chiaro il legame fondamentale che avviene qui fra vita privata e vita pubblica: nessuna attività che contraddistingue l’uomo contemporaneo è slegata dalla sua applicazione esterna, dalla sua applicazione nel “negotium”. Questo è il netto contrario di ciò che avveniva per Machiavelli: di giorno funzionario della Repubblica fiorentina di Soderini, di sera lettore di Tito Livio e dei classici latini. Questo è il meccanismo di otium e negotium: ciò che non è politico, è privato, privato di ogni fine che non sia noi stessi. Oggi invece tutto è politico: anche la nostra vita privata, le nostre letture private, sono principalmente incentrate nell’utilizzo pratico, “politico”. Non esiste più un tempo in cui noi, uomini privati, soli nell’anticamera (come la chiama Montaigne), lasciamo tempo alla lettura fine a se stessa, ai nostri pensieri, alla ricostruzione di ciò che viviamo. Il nostro tempo privato è diviso fra social network, televisione, hobbies. La nostra vita di uomini contemporanei è totalmente finalizzata, e se non è finalizzata è priva di senso.

Credo che il disagio di questi giorni sia un disagio reale, fisico, naturale, un disagio non deve essere sottovalutato. Persone che vivono perennemente gettate fuori da sé, nella vita pratica, frenetica, confusa di tutti i giorni, si trovano di colpo a ragionare, a dialogare con il proprio passato, con i loro errori, con la loro vita: una vita che è finalizzata, che ha un chiaro intento pratico e “politico”, oltre che meramente produttivo, è di colpo privata di tutto ciò. E’ un reset, una riscrittura di regole troppo repentina per non essere traumatica. E’ una vera rivoluzione temporanea, è la sospensione di una routine, che forse lascerà i propri segni. Non è un “finalmente”, è un “purtroppo”; questa nuova abbondanza di tempo privato non è una salvezza, è una condanna. E’ un tempo privato reciso, orfano del suo necessario correlato, il tempo politico e “sociale”: l’otium non esiste senza il negotium, non esiste il negotium senza l’otium. Uno dei due elementi in gioco è reciso brutalmente. E’ ingenuo, o ipocrita, credere che si possa riscoprire, disotterrare a convenienza, il tempo della riflessione e del pensiero, soltanto in momenti di bisogno. Non possiamo ricordarci dell’importanza della solitudine soltanto quando siamo soli.
testo: Andrea Randisi foto: Nicolas Seegatz
