Un anno fa si pianse di un ponte, un ponte caduto, caduto nel sangue e nelle urla, in un paese attorcigliato nella sua deriva verso una cattiveria impotente quanto urlata, che piangeva i suoi morti tra l’inadeguatezza degli uomini che fanno il tempo presente. É passato un anno, il nuovo ponte ancora non si vede, in compenso fu costruita in fretta e furia una passerella affinché le bassezze dei governanti potessero innalzarsi sulle macerie altrui. Un anno fa i due Viceré d’Italia furono applauditi dalle folle addolorate mentre sventolavano foto opportunity e cappi da morto, mentre l’opposizione veniva fischiata in uno stravolgimento della realtà che porta ogni fatto di cronaca a motivo per una caccia alle streghe insensata quanto sporca per mezzi e intenti. Oggi, dodici mesi dopo, la stessa folla applaude solo il Capo dello Stato Mattarella, che compie solo ciò che un istituzione e un uomo può fare in queste circostanze: esprimere rispetto, abbracciare i parenti delle vittime, portare una solidarietà umana, personale, oltre a quella pubblica, collettiva, alle vittime di questo grande dolore. Un ponte è caduto, ma non solo fisicamente: è caduto il ponte che univa gli uomini, li faceva sentire solidali, empaticamente legati ad una stessa comunità, la Polís dell’Antica Grecia, quel legame umano oggi rimasto vivo solo nelle parole di Papa Francesco, non a caso Pontefice, cioè costruttore di ponti, e Cattolico, cioè Universale e dunque fisiologicamente opposto a chi prenderebbe di usare la Croce come un corpo contundente e non come simbolo di unione e sacrificio.

É caduto un ponte, dicevo, come quello bosniaco di Mostar, che univa i quartieri musulmani a quelli croati, simbolo della convivenza in quella travagliata parte dei Balcani, distrutto durante la guerra, è caduto un ponte e le passerelle costruitegli sopra non bastano, non reggono al peso della Storia, rimangono fragili e illusorie come le pantomime social dei loro costruttori ed utilizzatori abituali. E attraverso questa mancanza di comprensione, di tatto, di pensiero, vedo solo il travaglio di una società e la ferocia di chi la guida.
Vedo una società appestata dalle sue fobie, che in questo agosto accaldato si susseguono grottescamente.
Paura dell’Europa, paura dell’Italia.
Paura del diverso, paura dell’uguale.
Paura dell’insolazione. Paura della prova costume. Paura degli zuccheri. Paura della fame. Paura dello Spread, paura delle malattie. Paura del cloro, paura dell’approvazione degli altri. Paura degli arabi, paura dei fascisti. Paura del sole, paura della pioggia. Paura, paura, paura.
Sembra quasi che il nostro paese non riesca a vivere senza catastrofi, senza i disastri annunciati o incombenti, veri e presunti, anzi sembra ci si attacchi senza remore come un parassita. Viviamo circondati da una politica, da un’imprenditoria, da un sistema mediatico che prospera della e sulla catastrofe, un perenne stare sull’orlo del baratro, uno star male abbastanza poco da sopravvivere ma abbastanza da potersi lamentare. Come definire sennò una politica che non risolve anzi incoraggia esplicitamente i problemi della popolazione, come la paura dell’immigrazione o la precarietà economica per esempio, al fine da rimanere ricercati e votati per risolverli? Come definire altrimenti un sistema economico che ormai si fonda sul consumismo e sulla produzione di palliativo, di pezze per le falle che esso stesso contribuisce incessantemente ad allargare? Come definire un altro modo dei media, sopratutto elettronici, che costringono gli spettatori a farsi trascinare in visioni morbose e sadiche, distorte, della realtà?
Mi chiedo come le persone possano tollerare tutto questo. E infatti non lo fanno e, quasi per reazione scomposta davanti a questo eccesso di ansiogeni, di problemi, di assillare continuo, questo vero e proprio assedio emotivo che lascia poco spazio alla riflessione e molto invece ai danni che causa, reagiscono come un rigetto dell’esistenza stessa del problema, come se il desiderio di vederlo risolto sia così forte da fingere che non esista, come un ragazzo che si scrolla di dosso tutte le premure di un genitore un po’ oppressivo con la tipica incoscienza giovanile. E così fanculo, quella parola liberatoria per definizione: fanculo al politicamente corretto, anche se i discorsi scorretti del Presidente provocano stragi di massa; fanculo alla Brexit e a tutti gli esperti che mettono in guardia da essa, anche se questa vorrà dire la fine della nazione; fanculo all’Unione Europea, che merita la martellata come il grillo parlante che nella favola ricorda a Pinocchio le sue bugie; fanculo allo spread, ai parametri, fanculo alle preoccupazioni dell’associazionismo, degli ambientalisti, della Chiesa; fanculo ai diritti umani e ai moralisti che ne richiamano l’importanza; fanculo ai deboli, perché ci ricordano le nostre di debolezze, fanculo, fanculo, fanculo. Questa sembra la grande risposta di pancia che l’Umanità di inizio Ventunesimo Secolo ha riservato alle sue paure e, con esse, ai suoi problemi esistenziali.
Qualcuno dice che è sempre stato così e così sempre sarà, ma non è vero, chi lo afferma cerca solo scuse per non sentirsi troppo sporco, per autoassolversi nella colpevolezza di tutti, nel revisionare il passato per non far fare una figura di merda al presente.
Uno volta non eravamo così: una volta facevamo la cosa giusta perché era giusto farlo e non ci sentivamo spocchiosi a farlo e neppure in imbarazzo; una volta ricercavamo l’intelligenza, non ce ne sentivamo degradati e non la mettevamo al muro delle esecuzioni via social; una volta cercavamo nuove cure e scoperte e sognavamo lo spazio, non ci chiudevamo tra muri sempre più stretti; una volta facevamo guerra alla povertà, non ai poveri. E potevano farlo perché si era ben informati, da uomini rispettati, da uomini giusti, perché la nostra politica era davvero politica, la nostra economia davvero economia, in ambo i casi nel senso greco del termine. I sacrifici dei nostri nonni furono costanti per assicurarsi che la successiva generazione potesse avere tutto quello che loro non avevano mai avuto e non dovesse soffrire più tutti quanti avevano subito. Sconfissero i Nazisti, ricostruirono l’Italia distrutta, fondarono l’Europa, andarono sulla Luna.
Mi chiedo se noi ne saremmo capaci, forse lo scopriremo presto. Ci sono ancora forze positive in questo mondo, uomini di buona volontà, animi umani, e, da credente, so che nulla è perduto finché gli uomini potranno pensare e dunque scegliere.
Ieri ho visto la Messa commemorativa a Genova: il silenzioso abbraccio di Mattarella, le calde parole, di luce, dell’omelia dell’Arcivescovo, una città che si stringeva e trovava la forza di guardare avanti. Un ponte è crollato, sì, ma, come a Mostar, si può ancora ricostruire.
Federico Sangalli
